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Katiuscia la cameriera #16


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
13.09.2025    |    20.976    |    3 8.0
"Il panico mi travolse, il plug che vibrava, la fica che bruciava sotto la mutandina inzuppata..."
Il sabato mattina si aprì con un cielo plumbeo, un grigio che pesava come un macigno, la luce opaca che filtrava attraverso le tende di lino bianco, tingendo il pavimento di cotto della villa di un bagliore malato, quasi a riflettere la mia anima spezzata. L’aria era densa, impregnata del profumo stucchevole delle rose rosse dal giardino, un aroma che si mescolava alla cera al limone delle pulizie, un contrasto nauseante che si intrecciava con l’odore acre del mio sudore e il bruciore lancinante della mia fica martoriata. Ogni battito del cuore era un’agonia, il clitoride schiacciato che pulsava come fuoco, i lividi che si irradiavano fino al ventre, il sangue rappreso in croste scure che incrostavano la carne gonfia, un dolore che mi inchiodava al letto, il respiro corto e spezzato. Il culo, libero dal plug che toglievo ogni sera come ordinato da Katiuscia, era un vuoto pulsante, un bisogno osceno che mi faceva sentire una vacca pronta per essere usata, la vergogna che mi consumava come un veleno lento. Il collare rosso mi stringeva la gola, l’anello di metallo che tintinnava a ogni movimento, un simbolo di schiavitù che mi faceva deglutire saliva amara.
Leonardo era in casa, addormentato nella sua stanza, il suo russare leggero che filtrava attraverso la porta, un suono che mi spezzava, un contrasto con la mia vita di troia. Il suo zaino era abbandonato sul tavolo della cucina, un caos di libri e matite che mi stringeva il cuore, un ricordo di una normalità che non mi apparteneva più. Era sabato, niente scuola, e la casa era immersa in un silenzio rotto solo dal ticchettio dell’orologio in salone, un suono ipnotico che amplificava la mia paranoia. Matteo era uscito per un caffè con amici, il suo profumo di colonia agrumata che aleggiava come un tradimento, un odore che un tempo mi scaldava e ora mi trafiggeva come una lama.
Mi alzai, il corpo dolorante, la fica che bruciava sotto la mutandina di pizzo nero con un micro assorbente impregnato di crema antibatterica, un tentativo disperato di lenire l’agonia della carne devastata dai colpi di Malik. Il tessuto pizzicava, l’odore di disinfettante e sangue rappreso che mi nauseava, un tanfo metallico che si insinuava nel naso. Andai in bagno, il pavimento di piastrelle fredde che mordeva i piedi, l’odore di muffa e sapone che saturava l’aria. Feci una doccia calda, il vapore che odorava di sapone al pino, l’acqua che bruciava sulla fica gonfia, il dolore che mi strappava un gemito, il suono che echeggiava nel bagno. Uscii, la pelle che fumava, e aprii il mobiletto sopra il lavandino, le cerniere che scricchiolavano.
Presi il plug da 8 cm nel mobile in alto del bagno dove lo riponevo, la gemma nera che scintillava sotto la luce al neon, l’odore di silicone che mi pizzicava il naso. Lo posai sulla tavoletta del water, il legno freddo che scricchiolava, spalmai il lubrificante, il tanfo chimico che mi soffocava. Mi abbassai lentamente, il plug che premeva contro il buco, un dolore acuto che mi fece gemere, il respiro che si spezzava. Mi sedetti, infilandolo tutto, il buco che si spalancava, un “pluf” umido che rimbombò, la carne che si tendeva, un’agonia che mi travolse, il cuore che martellava. Il plug si conficcò, un peso che mi devastava, l’odore di silicone e sudore che mi avvolgeva, un desiderio perverso che mi bagnava il culo nonostante il dolore.
Katiuscia arrivò alle 9:30, il suo SUV nero che ruggiva nel vialetto, il motore che si spegneva con un rombo basso. Indossava un tailleur nero attillato, i tacchi che ticchettavano sul cemento, l’odore muschiato del suo profumo che mi soffocava quando entrò, un secchio e uno straccio in mano, pronta a finire le pulizie lasciate indietro durante la settimana. Il suono della spugna che sfregava sul pavimento, l’odore di detersivo al limone che si mescolava al suo sudore, mi fece rabbrividire. “Vieni, puttana,” disse, la voce un ringhio sadico, chiamandomi in bagno. Mi fece sedere sul bordo della vasca, il metallo che scricchiolava, e mi controllò la fica, sollevando la mutandina, il pizzo che sfregava sulla carne gonfia, il dolore che mi strappò un singhiozzo. “È proprio distrutta,” disse, un sorriso sadico che le increspava le labbra, le dita che sfioravano il clitoride livido, un’agonia che mi piegò, il sangue rappreso che si sfaldava sotto il tocco. “Chissà se tornerà mai normale,” ridacchiò, rimettendomi la mutandina, il pizzo che mordeva, l’odore di crema e sangue che mi nauseava. “Alle 12:00, RSA. Vai nelle stanze 3, 5, 7 e 10, salta le altre. Tutti ti aspettano, troia.”Indossai la camicetta bianca trasparente, senza reggiseno, i capezzoli duri che spiccavano, le scarpe rosse con tacco 12 che mi facevano vacillare, il collare di cuoio nero, ultimo regalo di Katiuscia, che mi strangolava. Mi truccai allo specchio, rossetto rosso fuoco, mascara pesante, ombretto azzurro che urlava “puttana”, un’immagine che mi eccitava e mi spezzava. La RSA era un edificio basso e grigio in periferia, il cemento screpolato che odorava di umidità e muschio, le finestre opache che riflettevano il cielo plumbeo. L’atrio puzzava di disinfettante al pino e urina stantia, un tanfo che mi pizzicava il naso, la musica di sottofondo – “Un amore così grande” di Claudio Villa, che gracchiava dagli altoparlanti – che aggiungeva un tocco surreale, le note melense che si mescolavano al suono di carrozzine che scricchiolavano e gemiti lontani. Gli infermieri mi scrutavano, occhi che brillavano di desiderio e disgusto, il passaparola che correva come fuoco.Andai alla stanza 3, quella delle due nonnine, Maria e Teresa, entrambe sugli 85 anni, i capelli bianchi radi come zucchero filato, la pelle rugosa che odorava di talco e urina. Le trovai già nude, le fiche esposte, la peluria bianca che scintillava sotto la luce al neon, un odore di vecchiazio e muschio che mi colpì come un pugno. “Lecaci, cara,” disse Maria, la voce tremula ma carica di malizia, il bacino che si muoveva sul letto, il materasso di plastica che scricchiolava. Mi inginocchiai, il pavimento freddo che mordeva, il plug che si conficcava, un dolore sordo che mi fece gemere. Leccai la fica di Maria, il gusto salato e amaro che mi soffocava, i peli radi che pizzicavano la lingua, il suono umido che echeggiava sopra la musica di Villa. Teresa mi toccava il culo, le dita rugose che sfioravano il plug, l’odore di talco che si mescolava al mio sudore. “Che buco aperto,” sussurrò, tirando il plug, un “pluf” umido che rimbombò, il buco spalancato che colava lubrificante. Infilò la mano, un fisting che mi spezzò, un’esplosione di dolore e piacere che mi travolse, un orgasmo anale che mi fece urlare, il suono che si mescolava alla melodia. “Brava, troia,” ridacchiò Teresa, mentre continuavo a leccare Maria, il suo succo che colava sul mento, un sapore acre che mi nauseava ma mi eccitava. Passai a Teresa, la fica più secca, il gusto amaro che mi bruciava la gola, il suo orgasmo lento che la fece tremare, un gemito che echeggiava. Presi il plug, ancora umido di lubrificante, e lo misi in borsa, il buco spalancato che pulsava, pronto per essere usato. Mi diedero 50 euro, banconote stropicciate che odoravano di talco, e dissero: “Torna presto, cara.”Nella stanza 5, l’ingegnere, 75 anni, era seduto sulla carrozzina, l’odore di colonia stantia e sudore che lo avvolgeva, il cazzo già duro, un regalo del Cialis che circolava. “Vieni, cucciola,” grugnì, la voce roca. Lo spogliai, il pigiama che frusciava, e lo portai sotto la doccia, l’acqua che scorreva con un ronzio basso, il vapore che odorava di sapone al pino. Gli lavai il cazzo, i peli grigi che si appiccicavano alla spugna, l’odore muschiato che mi colpì. Mi girò, il buco spalancato che colava, e rimase sconvolto: “Che voragine.” Infilò il cazzo nel culo, un dolore acuto che mi spezzò, la carne che si tendeva, ogni spinta un fuoco che mi devastava. Pompava, il suono umido che echeggiava, l’odore di sudore e sapone che saturava l’aria. Sborrò dentro, un pieno caldo e vischioso che colava, l’odore salato che mi soffocava, il cuore che martellava poi si fece ripulire il suo vecchio cazzo con la bocca e ne fui felice mi sentivo una vera puttana. Mi diede 200 euro, un rotolo di banconote stropicciate, e disse: “Torna, piccola.”
Nella stanza 7, i due nonnini, entrambi sugli 80 anni, erano pronti, i cazzi duri, un miracolo del Cialis, l’odore di talco e urina che li avvolgeva, la musica ora su “O sole mio” che strideva con la scena. “Scopaci, ragazza,” disse uno, la voce tremula ma eccitata. Il buco spalancato, già senza plug, colava lubrificante, l’odore di sudore che mi avvolgeva. “Nella fica,” insistettero, ma il dolore era troppo, la mutandina inzuppata di crema e sangue rappreso che pizzicava. “Nel culo,” dissi, inginocchiandomi, il pavimento che mordeva. Il primo mi inculò, il cazzo duro che mi spezzava, il suono umido che echeggiava, l’odore di vecchiazio che mi nauseava. Mi leccava il collo, il gusto amaro della sua pelle rugosa che mi soffocava, mi limonò con la lingua a lungo, e poi mi sborrò dentro, un pieno caldo che colava. Il secondo mi prese, il cazzo più piccolo ma duro, ogni spinta un dolore che mi travolgeva, la sborra che mi riempiva, l’odore salato che saturava l’aria anche lui poi si fece leccare e pulire il cazzo. Entrambi mi ringraziarono tanto perchè non avevano un orgasmo da anni ed entrami mi vollero ancora limonrare in bocca. Mi diedero 100 euro, e dissero: “Torna presto tesoro sei il nostro angelo.”
Nella stanza 10, la coppia, marito e moglie, 81 e 78 anni, giovanili, con l’odore di colonia costosa e talco che li avvolgeva. Il marito era in tiro, il cazzo duro sotto il pigiama, la moglie che sorrideva, la voce un sussurro: “Fallo godere.” Mi fece leccare il cazzo, il gusto salato e amaro che mi soffocava, i peli grigi che pizzicavano la lingua, il suono umido che echeggiava. Mi sedetti sul suo cazzo, il culo spalancato che lo avvolgeva, un dolore acuto che mi fece gemere. Mi muovevo con maestria mentre la moglie dinanzi a me si masturbava la fica. Dopo un po' si sente un urlo di piacere del marito e la sua sborra riempie il mio culo sfondato. La moglie contenta mi fa stendere sul letto accanto a lei e mi chiede di fare un 69, la sua fica bianca e rugosa che odorava di muschio e vecchiazio, il gusto salato e amaro che mi soffocava, la sua lingua che leccava la mia fica martoriata e dolorante, un dolore che mi spezzava. Ma lei era attratta dal mio culo sfondato e senza dire nulla infilò tutta la mano nel mio culo, fistandomi, un’esplosione di dolore e piacere che mi travolse. Ion continuavo a leccare la sua fica con ancora più vigore e lei mi fistava e leccava la fica dolorante. Era più anziana di mia madre ma mi stava facendo godere. Un orgasmo anale mi fece urlare, il suono che echeggiava. Anche la signora ebbe il suo orgasmo e mi arrivò in bocca ma più che squrting mi pisciò in bocca un gusto salato ed amaro che dovetti pulire con la lingua. Mi diedero 50 euro, banconote che odoravano colonia forse le conservavano in bagno, e dissero: “Torna, cara.”. Io ero rimasta colpita da quella nonnina e come mi aveva umiliata, presi il plug dalla borsa, la gemma nera che scintillava, e lo porsi alla signora: “Lo infili nel mio culo?” Lei sorrise, un ghigno malizioso, io mi girai a 90 gradi e lo spinse dentro, un dolore che mi spezzò, il buco che si spalancava, un “pluf” umido che rimbombò. Lei volle baciarmi in bocca e limonarmi dicendo che lei da giovane aveva sempre apprezzato le donne. Quel bacio senza denti mi lasciò veramente umiliata ma contenta di essere finalmente una vera puttana. Finito il giro, tornai nell’atrio, il cuore che martellava, il culo spalancato che colava sborra, l’odore di vecchiazio, talco e sborra che mi seguiva. Katiuscia non c’era. Un infermiere, l’odore di caffè bruciato nel suo alito, mi disse che era andata via, lasciandomi sola. Il panico mi travolse, il plug che vibrava, la fica che bruciava sotto la mutandina inzuppata. Negli spogliatoi, l’odore di disinfettante e sudore che saturava l’aria, mi cambiai, il pizzo che sfregava sulla carne gonfia, il dolore che mi piegava.
Dovevo trovare il modo di tornare a casa. Estrassi il telefono, le mani che tremavano, il collare di cuoio nero che mi strangolava, l’anello di metallo che tintinnava.
Chiamai un taxi, il suono del call center che ronzava, un’attesa infinita di 15 minuti, la voce robotica che ripeteva “attenda in linea” mentre il mio corpo doleva, il plug che si conficcava, il culo che pulsava, l’odore di sborra e talco che mi soffocava. Nessuno rispose, il silenzio che mi schiacciava, la batteria del telefono che lampeggiava al 5%. Mio malgrado, mi avviai verso la fermata del pullman, il tacco 12 delle scarpe rosse che ticchettava sul cemento screpolato, ogni passo un’agonia, la fica che bruciava, il cuore che martellava. La strada era avvolta dal crepuscolo, il cielo un viola malato, l’odore di asfalto bagnato e rifiuti che si mescolava al mio sudore, un tanfo che mi pizzicava il naso.Il pullman era affollato, un ammasso di corpi che odoravano di sudore, profumo scadente e fumo stantio, il motore che ruggiva con un rombo basso, le porte che si chiudevano con un sibilo. A stento riuscii a salire, la gonna che si alzava, il plug che scintillava, l’umiliazione che mi consumava mentre gli occhi dei passeggeri mi scrutavano, un misto di curiosità e disprezzo. Mi aggrappai a un corrimano, il metallo freddo che mordeva la mano, il pullman che sobbalzava, ogni scossone un dolore che mi spezzava, il plug che si conficcava, la fica che bruciava sotto la mutandina. Sentii una mano sul culo, dita ruvide che sfioravano la carne, un tocco che mi gelò il sangue. Non potevo fare un casino, non lì, non con quella gonna da puttana, il rossetto rosso fuoco e l’ombretto azzurro che urlavano la mia depravazione. La mano continuò, audace, scostando la mutandina, le dita che frugavano la fica dolorante, l’odore di crema e sangue rappreso che si mescolava al sudore dello sconosciuto, un tanfo acre che mi nauseava. Le dita si infilarono, un dolore acuto che mi fece gemere, il suono soffocato dal ronzio del pullman, il cuore che martellava. Ero bagnata, un tradimento del mio corpo, il piacere perverso che mi travolgeva, un orgasmo che mi fece tremare, le gambe che cedevano, la vergogna che mi consumava. Ero una puttana, una vacca che godeva con uno sconosciuto su un pullman affollato, il plug che vibrava, il culo che pulsava.Per fortuna, la mia fermata arrivò, il campanello che trillava, un suono acuto che mi riscosse. Scesi, il tacco che scricchiolava sull’asfalto, l’aria fresca della sera che pizzicava la pelle, l’odore di pioggia e rifiuti che mi avvolgeva. Camminavo in fretta, il cuore che martellava, il culo spalancato che colava sborra, la fica che bruciava. Sentii passi dietro di me, un’ombra che mi seguiva, il suono di suole che sfregavano sull’asfalto, un brivido che mi gelava la schiena. Mi girai, ma non vidi nessuno, solo l’eco della mia paranoia. Ripresi a camminare, il tacco che ticchettava, quando un uomo mi bloccò, un rumeno sui 35 anni, i capelli neri unti, l’odore di birra e sudore che lo avvolgeva, un ghigno che mi terrorizzava. Mi infilò due dita in bocca, il gusto salato e amaro della mia fica che mi soffocava, un sapore che riconoscevo, il cuore che si fermava. “Sei tu, troia,” ringhiò, tirandomi a sé, il suo bacio un’invasione, la lingua che odorava di tabacco e birra, un gusto acido che mi nauseava. Non feci resistenza, il corpo che si arrendeva, il desiderio perverso che mi travolgeva.
Mi trascinò nel bar di fronte, un buco illuminato da luci al neon, l’odore di caffè bruciato e liquore che saturava l’aria, un contrasto surreale con la mia umiliazione. Mi portò nel bagno, il pavimento appiccicoso che odorava di piscio e disinfettante, la porta che si chiudeva con un “clack” secco. Mi fece mettere a 90, le mani sul lavandino, la ceramica fredda che mordeva, lo specchio che rifletteva una puttana distrutta: il mascara sciolto in rivoli neri, il rossetto sbavato, l’ombretto azzurro che macchiava le guance. Scostò la mutandina, il pizzo che sfregava sulla fica gonfia, il dolore che mi spezzava, e mi scopò senza preservativo, il cazzo che entrava nella fica martoriata, un’agonia che mi fece urlare, il suono che echeggiava nel bagno. Il plug vibrava nel culo, ogni spinta un fuoco che mi devastava, l’odore di sudore e birra che mi soffocava. Nonostante il dolore, godevo, un piacere perverso che mi travolgeva, il corpo che tremava, il culo che si stringeva intorno al plug, un orgasmo che mi fece vibrare, il suono umido che si mescolava alla musica. Lui sborrò dentro, un pieno caldo e vischioso che colava, l’odore salato che saturava l’aria, il cuore che martellava. “Mi chiamo Victor,” disse, scribacchiando il suo numero su un tovagliolo unto, l’odore di carta e inchiostro che mi pizzicava il naso. “Chiamami, troia.”Uscii dal bar, le gambe che tremavano, il culo spalancato che colava, la fica che aveva ripreso a sanguinare sotto la mutandina, il sangue rappreso che si sfaldava, un dolore che mi piegava. Camminai verso casa, il tacco che ticchettava, l’odore di pioggia e sborra che mi seguiva, il cuore spezzato. Arrivai alle 21:00, la villa immersa nel buio, Leonardo che guarda la tv in camera sua. Matteo era sul divano, il suo profumo agrumato che si mescolava all’odore di pizza surgelata, un ghigno che mi trafiggeva. “Brava, troia, ho saputo che hai succhiato tanti cazzi” disse, alzandosi, il cazzo duro sotto i jeans. Mi fece inginocchiare, il pavimento di cotto che mordeva, e mi infilò il cazzo in bocca, il gusto salato e sudato che mi soffocava, il suono umido delle mie gag che echeggiava. Sborrò, un getto caldo che mi colpì la gola, l’odore salato che mi nauseava, l’umiliazione che mi consumava.
Andai in bagno, il pavimento freddo che pizzicava i piedi. Mi tolsi la mutandina, il pizzo inzuppato di crema, sangue rappreso e sborra, un tanfo che mi faceva girare la testa. Mi feci una doccia ed applicai altra crema antibatterica, il bruciore che mi strappava un gemito, il disinfettante che pizzicava come acido. Tolsi il plug dal culo come ogni sera, un peso che mi devastava, l’odore di silicone che si mescolava al mio sudore. Mi guardai allo specchio, una puttana distrutta. Katiuscia mi aveva lasciata sola, un’altra prova del suo potere, un’umiliazione che mi riduceva a carne. Mi sdraiai sul letto accanto a Leonardo per fargli compagnia. Ero una vacca, una troia il cui unico scopo era far godere cazzi e fiche, prendere sborra in bocca, nel culo, nella fica, un’esistenza di dolore e piacere che mi definiva.


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